…come la neve

Chi avrebbe mai potuto immaginare che quella polvere bianca, soffice e così candidamente bella non fosse neve. Ormai avevano capito anche loro, lo avevano capito da tempo che il clima era cambiato, mutato. Non avevano bisogno dei meteorologi per percepire queste cose; il loro corpo, le loro abitudini, il loro modo di affrontare il mondo era stato forgiato da quella loro innata capacità di adattarsi a qualsiasi situazione climatica. Il loro DNA era stato progettato per adattarsi ai tempi, ai luoghi, alle situazioni più estreme e difficili. Eppure, ancora una volta, qualcuno era riuscito ad ingannarle, qualcuno si era fatto beffa di queste loro prodigiose capacità. Avevano visto cadere la polvere bianca quando ancora stavano avanzando e, nonostante fosse agosto, il tempo della grande calura, avevano, per qualche istante, creduto nel fatto che dal cielo stava cadendo la neve. Ma chi avrebbe mai potuto immaginare, vedere nitidamente, che quella neve era la polvere bianca, micidiale e mortale che usciva copiosa dai fori del tubo di Baygon che mia madre stava distribuendo con un beffardo sorriso di soddisfazione. Una strage, le formiche morte, assiepate lungo le piccole colline di polvere bianca che si andavano via…via formando. Che strano destino quello delle formiche; ancora una volta tradite dalle loro piccole dimensioni, dal fatto di essere considerate ( a volte, da molti ) dei miserabili insetti, che vivono laggiù, più piccole dei nostri piedi, laboriose, Si! Ma tragicamente piccole. E così, nessuno si è preoccupato del loro destino, nemmeno io che ho visto cadere quella neve da inganno, nemmeno io che le formiche mi ero fermato a guardarle tante volte con ammirazione. Le piccole, infaticabili, laboriose formiche. Chissà da quanto tempo, anche loro, vivono nelle terre delle bassa (?); chissà da quanti anni attraversano i prati, si arrampicano sugli alberi, costruiscono i loro intricati formicai in queste terre bonificate (?); ancora prima che arrivassimo noi, ancora prima che inventassimo il bitume, il cemento, le case, i palazzi, il baygon. Eppure so bene che quella fila interminabile di formiche, che attraversava il balcone della casa di mia madre, al sesto piano, non era la rappresentazione di un invasione annunciata, ma un piccolo, grande esodo, verso una nuova terra promessa, oltre quella montagna di cemento armato che, più di quaranta anni fa, era stato costruito esattamente sul loro formicaio. Maledizione, maledizione ancora una volta, per questa nostra incapacità di fermare per un attimo lo sguardo, di volgerlo su tutto ciò che di prodigioso e, a volte, infinitamente piccolo, circonda il nostro spazio vitale. E così, se provate ad abbassare lo stesso sguardo e ad abbassarlo a tal punto da incrociare quello della piccola formica sopravvissuta, vi rendete subito conto dell’atrocità che avete compiuto e capite che in quello spazio di intimità si nasconde tutta la bellezza e il mistero di questo infinito universo. La vita di una piccola formica cela la più grande bellezza e svela a tutti noi la preziosità della nostra vita e del tempo che l’attraversa. dedicato a Daniza

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