MATERIALE UMANO – definizione (la mia):

fragile, resistente, dalla mutevole composizione; trattare con cura, attenzione, grande senso di responsabilità e passione ( in base alle proprie attitudini e capacità,…”si fa quel che si può, insomma” ); a volte si può rompere, ma si può riparare (non sempre e non per sempre); per farlo non usare colla, ma sinceri, autentici e perseveranti gesti d’amore; in risposta ai quali il materiale può avere una reazione inaspettata e incontrollata, spesso piacevole.
La scadenza del materiale ha data incerta.
L’Azienda produttrice non si assume nessuna responsabilità circa eventuali difetti di fabbricazione che si possono manifestare anche a distanza di tempo; gli stessi non sempre conferiscono una connotazione negativa al materiale ma lo caratterizzano e lo distinguono.
Il materiale può rispondere e può essere dotato di personalità (caratteristica auspicabile).
E’ al 100% biodegradabile e riciclabile, caratteristiche che conferiscono, comunque, a qualsiasi tipo di materiale umano, una “certa” utilità.

Lepri

Lei mi aveva già avvistato  da tempo, io non mi ero ancora accorto della sua presenza e di quello sguardo lontano, ero troppo indaffarato a coordinare i miei movimenti, sull’asfalto della stradina di campagna. Poi ho deciso di guardare l’orizzonte e di distogliere la concentrazione dalla fatica di quella corsa, non potevo rinunciare a quel panorama ormai noto e ancora così ricco di suggestione e di fascino: la pianura di questa “bassa” così umida, calda e a tratti inospitale, dove nelle ore più calde il sole sembra tracimare e le cicale non smettono di strofinare il loro spartito musicale.
Era ferma e immobile, aveva lo sguardo fisso su di me, le orecchie tese, lunghe e spropositate rispetto al muso sottile e affilato, gli occhi grandi e un po’ sgranati, il muso di una lepre. E io arrivavo, come percepita minaccia, con la mia corsa goffa e pesante. Per lei ero solo un nuovo pericolo dal quale salvarsi e così non restava che scappare.
Scappare…scappare veloce come il vento, spinta dalle zampe posteriori come molle, seguendo traiettorie imprevedibili, lontano, il più lontano possibile da quella minaccia… che ero io, impietrito per quel movimento inaspettato, fermo sul posto ad osservare le prodezze di una giovane lepre.
In quel momento sentivo la mia inadeguatezza, non volevo spaventare la povera malcapitata, ma ormai il “danno” era fatto. La lepre non conosceva le mie buone intenzioni e rispondeva al suo istinto primordiale che le gridava con forza scappa, scappa, non ti fermare.
…Improvvisamente la piccola lepre, dopo pochi metri si fermò e da un avvallamento uscì il piccolo muso di una giovane compagna. Bastarono pochi impercettibili segnali tra le due, per vedere riprendere, con rinnovata armonia, la fuga “imprendibile” di quelle coppie di lunghe orecchie. In quel momento provai una grande tenerezza per quelle giovani compagne, per quel gesto di solidale, primitiva e rara complicità.



foto di: autore sconosciuto

Parole di Terra

In un’epoca così confusa, hai voglia di ascoltare parole vere e sincere.
In un’epoca così confusa, hai voglia di vedere gesti e azioni concrete.
In un’epoca così confusa hai voglia di vedere parole e gesti che si mescolano e diventano una testimonianza autentica e si trasformano in terra nuova, da cui ripartire e rinascere.

Faccia di Libro

Tutti i giorni, da un po’ di tempo a questa parte, vado in un posto, sempre lo stesso. Un posto strano, nel quale posso entrare liberamente, almeno così credo, ma dove, a volte, per accedere, devo mettere in una casella uno strano codice con un piccolo segno, dalla forma di lumachina e in un’altra casella un codice ancora più complicato. Quando lo faccio mi sembra di entrare in un posto molto esclusivo e particolare, frequentato da gente altrettanto esclusiva e particolare. Tra di noi ci chiamiamo amici.
La cosa mi sembra un po’ strana perché mi ricordo che, prima di entrare in quel luogo, i miei amici erano diversi…si, diciamo che li trovavo più intimi…e in qualche modo più esclusivi.

“esclusivo”, …pensandoci, che brutta parola. Meglio essere inclusivi che esclusivi.

Non divaghiamo,…di quel posto che dicevo, non vi ho detto il nome.
Si chiama Facebook, SI, faccia di libro, insomma il libro delle facce. E di facce, li dentro, ce ne sono davvero tante, tristi, disperate, felici, felicissime, vere e finte. Proprio tante. Ma alla fine mi sono guardato intorno e mi è venuta voglia di uscire da quel posto. Io non so che faccia metterci in quel posto. La mia faccia si muove continuamente e in ogni momento cambia forma e espressione…e così ho pensato di uscire un po’, lontano da quel posto, un po’ freddo e fintamente ospitale. I miei amici sono ancora la fuori e li voglio incontrare tutti, uno alla volta, senza fretta, senza tempo…e li voglio toccare e li voglio abbracciare e con loro voglio parlare…e anche ascoltare…e la mia faccia cambierà forma…e parlerà di cose tristi e cose belle, e sarà per ognuno una faccia vera.

La forma della sua mano

La forma della sua mano, ormai, era impressa nella mia mente; avrei potuto chiudere gli occhi e immaginarla, percorrendo i piccoli rilievi, le nocche, le piccole cicatrici, l’anello di mio padre infilato nell’anulare, insieme alla sua fede nuziale, a sancire l’unione, che nemmeno la morte era riuscita a separare.

Quel pomeriggio ci eravamo seduti uno accanto all’altra, sulle poltrone imbottite, sotto il salice della casa di campagna.

Eravamo rimasti seduti, senza rivolgerci una sola parola; l’unica nostra comunicazione attraversava, invisibile, la stretta di mano che ci eravamo dati.

La mia mano, insieme alla sua, trasmetteva il linguaggio, mai insegnato, ma da sempre conosciuto che scorre tra le anime di genitori e figli.

Quel linguaggio non parlato, fatto di gesti, carezze, ammiccamenti; esclusivo di un legame filiale, costruito nell’amore.

Mio padre ci aveva lasciati pochi mesi prima, stroncato da una grave malattia. Ma quel sole intenso, che riempiva di luce il nostro pomeriggio estivo, aveva allontanato dalla mente l’immagine tetra della morte.

La sua bicicletta, con la sella di cuoio, si lasciava trasportare, veloce, sulle stradine bianche, risparmiate dall’asfalto, che percorrevano i terreni circostanti.

La vita scorre veloce.., ma mio padre sapeva cogliere in quelle occasioni, con inaspettata grazia, l’intenso piacere di una quotidianità fatta di piccole cose: i raggi di un sole accecante, i colori della natura, lo sbocciare dei fiori, il risveglio della primavera, il profumo dell’erba medica, l’ebbrezza di un lieve venticello che, pedalando, ti avvolge il viso e ti fa sentire, per un istante, libero, estraneo al tuo corpo, librato nell’aria.

Gli occhi di mia madre comunicavano una dolce nostalgia per quell’uomo, mio padre, che aveva riempito la sua vita, che aveva deciso di unirsi a lei per costruire insieme l’amore più grande. Era piacevole e commovente, sentire, dalla sua voce strozzata da un’evidente emozione, il racconto tante volte ripetuto del loro primo incontro.

I loro occhi e i loro cuori si erano uniti, prima ancora che le loro parole fossero in grado di spiegare quella misteriosa energia che li sospingeva l’uno vicino all’altra.

Non ancora sopito, si risvegliava sempre il desiderio di rivederlo, di incrociare il suo sguardo.
Ricordo con affetto gli sguardi che mia madre rivolgeva a mio padre; in alcuni momenti, capivo, dalla loro comunicazione gestuale, il perfetto integrarsi di reciproci sentimenti, la generosa condivisone delle rispettive personalità.

Negli occhi di mia madre, nonostante l’età e gli anni ormai trascorsi, risplendeva, con eterna freschezza, la luce di quell’amore che sembrava protrarsi nel tempo.

Sentivo la sua mano stringere con regolare intermittenza la mia, quasi a significare e a constatare la nostra presenza.

Noi eravamo lÏ, in un pomeriggio d’estate, come piccoli anelli di una catena infinita, investiti dell’importante compito di prolungare, nel tempo eterno, il sentimento dell’amore, di condividere, nella gioia, la grandiosità della vita.

Mia madre era una donna istintiva, viveva i sentimenti con “primordiale” entusiasmo. Non c’era niente di razionale, che potesse frenare il suo desiderio di ridere, di sorridere, di baciare, di piangere, di amare.

Forse era proprio l’insieme di tutto questo, che aveva colpito mio padre, quella prima volta in stazione.

Mia madre lo ricordava come un tipo dall’aspetto un po’ severo, ma dal portamento elegante, con i tratti di un uomo intelligente, attento.

Effettivamente era un uomo d’altri tempi, rispettoso della forma, ma dotato di una sincera nobiltà d’animo.

Se avessi potuto classificarlo tra un tipo particolare di persone, l’avrei messo tra i giusti. Anche mio padre sapeva arrabbiarsi; a volte si infuriava, ma la sua grande forza stava nel dimostrare, sempre, che era capace di riconoscere la sua debolezza e la sua fragilità.

Ricordo, ancora, il profumo della sua pelle. Lo ricordo e chiudendo gli occhi, come per magia, ho la sensazione che sia davanti a me con il suo volto magro, con i suoi occhi vivaci, con le sue mani ossute, con i suoi piedi lunghi e ingombranti.

Intorno a noi, il rumore ribelle di un’estate assolata: le rane nello stagno, le cicale nella stoppia, il frenetico andirivieni delle formiche e laggiù, in una stradina bianca, fischiettando, la pedalata gioiosa di un uomo, che aveva scelto di diventare mio padre.


ph. Cristiano Bonassera – visita il sito