1989-2014

Sono passati 25 anni dalla caduta del muro di Berlino; sono passati 25 anni della vita di molti di noi, che a quell’epoca erano solo dei ragazzi. Fino a pochi anni prima, prima di quel 1989, sarebbe stato difficile immaginare un evento del genere; pensare che le cose sarebbero cambiate in modo così radicale e repentino.

La caduta del muro di Berlino ha portato con sé un vento carico di speranze, di gioia, di emozione per quella nuova prospettiva di vita che avrebbe potuto rivoluzionare in meglio l’esistenza, non solo di chi il muro lo ha scavalcato fisicamente, ma di chi il muro lo ha visto anche solo cadere, stando comodamente seduto davanti alla televisione della propria cucina.
Si, tante cose sono cambiate, ma i popoli di questa piccola Europa sembrano ancora incapaci di superare i tanti muri che ognuno di noi porta dentro di sé.
Dopo la caduta del muro, non abbiamo saputo fermare, arginare, impedire la guerra nella terra della ex Jugoslavia e il vento di speranza che il muro ha scatenato è diventato un vento carico di tempesta, di odio, di indifferenza, di egoismo, di superbia, di arroganza, di ignoranza.
Sono questi i nomi dei tanti muri che ognuno di noi porta con sé, sono questi i muri che da sempre, da molto prima di quel 1989, devono ancora essere abbattuti.
Ma il ricordo del muro di Berlino è lì, come un simbolo capace di rievocare, di riaccendere in ognuno di noi la fiamma di una piccola speranza; è lì per ricordarci che ogni giorno dobbiamo abbattere i muri che sono dentro di noi, per aiutarci a fare il salto oltre l’ostacolo dell’indifferenza; per indirizzare le nostre esistenze verso una prospettiva di vita inclusiva; in cui nessuno si deve sentire abbandonato.

…come la neve

Chi avrebbe mai potuto immaginare che quella polvere bianca, soffice e così candidamente bella non fosse neve. Ormai avevano capito anche loro, lo avevano capito da tempo che il clima era cambiato, mutato. Non avevano bisogno dei meteorologi per percepire queste cose; il loro corpo, le loro abitudini, il loro modo di affrontare il mondo era stato forgiato da quella loro innata capacità di adattarsi a qualsiasi situazione climatica. Il loro DNA era stato progettato per adattarsi ai tempi, ai luoghi, alle situazioni più estreme e difficili. Eppure, ancora una volta, qualcuno era riuscito ad ingannarle, qualcuno si era fatto beffa di queste loro prodigiose capacità. Avevano visto cadere la polvere bianca quando ancora stavano avanzando e, nonostante fosse agosto, il tempo della grande calura, avevano, per qualche istante, creduto nel fatto che dal cielo stava cadendo la neve. Ma chi avrebbe mai potuto immaginare, vedere nitidamente, che quella neve era la polvere bianca, micidiale e mortale che usciva copiosa dai fori del tubo di Baygon che mia madre stava distribuendo con un beffardo sorriso di soddisfazione. Una strage, le formiche morte, assiepate lungo le piccole colline di polvere bianca che si andavano via…via formando. Che strano destino quello delle formiche; ancora una volta tradite dalle loro piccole dimensioni, dal fatto di essere considerate ( a volte, da molti ) dei miserabili insetti, che vivono laggiù, più piccole dei nostri piedi, laboriose, Si! Ma tragicamente piccole. E così, nessuno si è preoccupato del loro destino, nemmeno io che ho visto cadere quella neve da inganno, nemmeno io che le formiche mi ero fermato a guardarle tante volte con ammirazione. Le piccole, infaticabili, laboriose formiche. Chissà da quanto tempo, anche loro, vivono nelle terre delle bassa (?); chissà da quanti anni attraversano i prati, si arrampicano sugli alberi, costruiscono i loro intricati formicai in queste terre bonificate (?); ancora prima che arrivassimo noi, ancora prima che inventassimo il bitume, il cemento, le case, i palazzi, il baygon. Eppure so bene che quella fila interminabile di formiche, che attraversava il balcone della casa di mia madre, al sesto piano, non era la rappresentazione di un invasione annunciata, ma un piccolo, grande esodo, verso una nuova terra promessa, oltre quella montagna di cemento armato che, più di quaranta anni fa, era stato costruito esattamente sul loro formicaio. Maledizione, maledizione ancora una volta, per questa nostra incapacità di fermare per un attimo lo sguardo, di volgerlo su tutto ciò che di prodigioso e, a volte, infinitamente piccolo, circonda il nostro spazio vitale. E così, se provate ad abbassare lo stesso sguardo e ad abbassarlo a tal punto da incrociare quello della piccola formica sopravvissuta, vi rendete subito conto dell’atrocità che avete compiuto e capite che in quello spazio di intimità si nasconde tutta la bellezza e il mistero di questo infinito universo. La vita di una piccola formica cela la più grande bellezza e svela a tutti noi la preziosità della nostra vita e del tempo che l’attraversa. dedicato a Daniza

…due piccole matite morsicate

Di solito sono seduti allo stesso tavolo; mi capita di vederli ogni tanto.
Quando arrivo per la colazione sono già lì, li vedo dalla vetrina della torrefazione, prima di entrare.
Sono un uomo e una donna. Non si fanno distrarre dal mio ingresso, dal mio saluto, da niente di tutto ciò che li circonda.
Lui probabilmente è straniero, lei è italiana…io immagino che sia così.
Parlano inglese; non capisco niente delle parole che pronunciano, parlano fittamente di qualcosa che probabilmente dovranno fare insieme…. Io immagino che sia così.
Sembra un progetto importante perché li vedo molto coinvolti, le voci sono pacate, ma appassionate, a volte si sovrappongono, ma con rispetto, quasi come per entrare nel discorso dell’altro, per sottolineare che si è capito che cosa intende dire…
Si, sembrano sguardi di intesa, di due che stanno progettando, costruendo qualcosa insieme. Per il momento, forse, è solo un’idea, ma si intravvede l’entusiasmo di chi sta facendo qualcosa di importante.
Magari è solo il progetto di una vacanza insieme, ma mi piace questo conversare.
Entrambi hanno un taccuino… e scrivono appunti, piccole annotazioni, che inseguono le parole. Lo fanno con due piccole matite morsicate. Sembrano il prolungamento dei loro pensieri che si trasformano in segni, schizzi, parole di grafite.
Lui annota qualcosa nel taccuino di lei e viceversa. Mi piace questo conversare.
…e mi piace pensare che questo progetto prenderà vita… prima poi.
Sono un uomo e una donna, sono due voci che si sovrappongono, a volte, ma con garbo e rispetto.
Il mio caffè è finito, ma quell’immagine resta e… da più vigore alla mia pedalata verso il lavoro.
Un sorriso inconsapevole tratteggia il mio viso… pensando a quel progetto, che, prima o poi, si farà.

Io sono un meticcio

Io sono un meticcio.

È un’affermazione che mi piace, che un po’ mi definisce e nella quale mi riconosco: sono un meticcio.

Forse non ho ben chiaro il significato della parola meticcio, ma a me piace pensare che con quella parola e dentro quella parola c’ė un significato che parla di mescolanza, di unione di diversi, di differenze, di inclusione e non di esclusione.

Dentro quella stessa parola ci vedo le mie origini lontane, lontanissime e mi assale con forza la curiosità di scoprire da dove vengo e da dove vengono le persone che mi hanno accompagnato durante il cammino della mia breve esistenza: i miei genitori, i miei nonni e tutti quelli che prima di me sono venuti e dei quali non potrò mai conoscere le sembianze, i volti, le idee, i pensieri.

Ma la curiosità dura ben poco e mi basta pensare che dentro di me, in qualche modo, molte di quelle persone hanno lasciato un segno, anche piccolo, ma significativo.

Sono un meticcio, che sente di appartenere a tutte quelle persone, senza appartenere necessariamente a un luogo specifico.

Le persone innanzitutto.

Percepire l’esistenza delle persone attorno a se diventa un esercizio di inclusione che non ci possiamo permettere di trascurare.

Sapere che la nostra esistenza si intreccia fortemente con l’esistenza di chiunque viva su questa piccola terra diventa un dovere morale, un stimolo continuo a vivere la nostra quotidianità con senso civico, con responsabilità, con la consapevolezza che il dono di essere meticci è un dono che, in qualche modo, va restituito ogni giorno.

Dichiarandomi meticcio affermo la mia convinzione che ciò che mi rende libero e quindi ricco è tutto ciò che mi aiuta ad accogliere e ad accettare le differenze.

Credo che si possa diventare liberi davvero solo nella misura in cui ci si propone di includere, nella propria vita, la vita degli altri.

Ma per mantenere fede a questo, che è un proposito, è necessario lottare, ogni giorno, con il proprio egoismo, la propria pigrizia, lo strano senso di impotenza che pervade le società afflitte dalla solitudine. 

La piccola casa di via Cremonese

…quando prendo l’autobus il mio capolinea è a una fermata di via Cremonese; ogni volta passo davanti a una piccola casetta, anni ’70, neanche troppo bella, ma ben tenuta. Confina con un’enorme voragine, sembra un mostro, dentro la quale stanno costruendo le fondazioni di un grosso ipermercato. E la casetta, sempre piccola, si erge come un baluardo a difesa di un mondo che sembra scomparire. La signora anziana che ci vive ha allestito il cortile come quello di una casa di campagna; ha fatto l’orto, ordinato e pieno di verdure, ha messo delle aiuole di fiori grandi e colorati e poi, in bella vista, ha messo, ancor più piccola, una casa di legno dalla quale sento arrivare, ogni volta, le frenetiche conversazioni di alcune galline, che probabilmente si scambiano opinioni su chi ha fatto l’uovo più bello.

Mi piace quella casetta e mi piace quell’esile signora che la abita, ormai molto anziana, ma forte e dignitosa e… con un gran voglia di vivere.

una sfera perfetta: Terra!

…da lontano… è bella l’immagine del “nostro” pianeta, della “nostra” terra; è una sfera perfetta; dove, rispetto a tutto il resto, diventa davvero difficile, se non impossibile, per fortuna, identificare un nord, un sud,…un est, un ovest, un basso, un alto…. è proprio vero: a volte la Libertà disorienta… ma rende felici, quasi euforici.

MATERIALE UMANO – definizione (la mia):

fragile, resistente, dalla mutevole composizione; trattare con cura, attenzione, grande senso di responsabilità e passione ( in base alle proprie attitudini e capacità,…”si fa quel che si può, insomma” ); a volte si può rompere, ma si può riparare (non sempre e non per sempre); per farlo non usare colla, ma sinceri, autentici e perseveranti gesti d’amore; in risposta ai quali il materiale può avere una reazione inaspettata e incontrollata, spesso piacevole.
La scadenza del materiale ha data incerta.
L’Azienda produttrice non si assume nessuna responsabilità circa eventuali difetti di fabbricazione che si possono manifestare anche a distanza di tempo; gli stessi non sempre conferiscono una connotazione negativa al materiale ma lo caratterizzano e lo distinguono.
Il materiale può rispondere e può essere dotato di personalità (caratteristica auspicabile).
E’ al 100% biodegradabile e riciclabile, caratteristiche che conferiscono, comunque, a qualsiasi tipo di materiale umano, una “certa” utilità.

Lepri

Lei mi aveva già avvistato  da tempo, io non mi ero ancora accorto della sua presenza e di quello sguardo lontano, ero troppo indaffarato a coordinare i miei movimenti, sull’asfalto della stradina di campagna. Poi ho deciso di guardare l’orizzonte e di distogliere la concentrazione dalla fatica di quella corsa, non potevo rinunciare a quel panorama ormai noto e ancora così ricco di suggestione e di fascino: la pianura di questa “bassa” così umida, calda e a tratti inospitale, dove nelle ore più calde il sole sembra tracimare e le cicale non smettono di strofinare il loro spartito musicale.
Era ferma e immobile, aveva lo sguardo fisso su di me, le orecchie tese, lunghe e spropositate rispetto al muso sottile e affilato, gli occhi grandi e un po’ sgranati, il muso di una lepre. E io arrivavo, come percepita minaccia, con la mia corsa goffa e pesante. Per lei ero solo un nuovo pericolo dal quale salvarsi e così non restava che scappare.
Scappare…scappare veloce come il vento, spinta dalle zampe posteriori come molle, seguendo traiettorie imprevedibili, lontano, il più lontano possibile da quella minaccia… che ero io, impietrito per quel movimento inaspettato, fermo sul posto ad osservare le prodezze di una giovane lepre.
In quel momento sentivo la mia inadeguatezza, non volevo spaventare la povera malcapitata, ma ormai il “danno” era fatto. La lepre non conosceva le mie buone intenzioni e rispondeva al suo istinto primordiale che le gridava con forza scappa, scappa, non ti fermare.
…Improvvisamente la piccola lepre, dopo pochi metri si fermò e da un avvallamento uscì il piccolo muso di una giovane compagna. Bastarono pochi impercettibili segnali tra le due, per vedere riprendere, con rinnovata armonia, la fuga “imprendibile” di quelle coppie di lunghe orecchie. In quel momento provai una grande tenerezza per quelle giovani compagne, per quel gesto di solidale, primitiva e rara complicità.



foto di: autore sconosciuto